Sunday, October 22, 2006

KIM KI DUK il vuoto che riempie







Attraversando le immagini di questo giovane talento coreano ritorna in mente la leggenda degli uomini palla tramandata da Platone. In un tempo antico la terra era popolata da creature perfettamente sferiche cariche di energia, gli uomini palla appunto, che erano talmente potenti da finire per essere una minaccia per lo stesso Zeus che ad un certo punto decise di spaccarli in due entità separate che avrebbero passato l’eternità a cercare di ricomporsi e chiamò questi due frammenti uomo e donna.
Il percorso cinematografico di Kim Ki-Duk ci sembra dipanarsi nel tentativo di descrivere il difficile percorso che ogni uomo e donna devono intraprendere per tentare di ristabilire quella mitica armonia perduta.
L’autore asiatico prendendo come punto d’osservazione preferenziale le relazioni d’amore, è interessato agli sforzi che ogni membro di una coppia deve fare per entrare in un contatto più profondo con il proprio partner, come anche agli affanni che l’individuo deve intraprendere per svincolarsi dal giogo oppressivo e castrante del suo originario oggetto d’amore.
Il celebratissimo Ferro 3- La casa vuota è un esempio luminoso di come due persone danneggiate dalla vita debbono intraprendere un processo allo stesso tempo condiviso e privato per rimuovere gli ostacoli alla relazione che ognuno di loro si porta dietro dal proprio passato.
Tae-Suk è un ragazzo che si aggira come un fantasma per la città entrando nelle case vuote e passandoci la notte. Non le usa però solo come un riparo ma le vive e le utilizza come se avesse bisogno di ricavare da quei gesti la sensazione di aver trovato un luogo sicuro e familiare dove poter vivere protetto anche se per poche ore. Si muove per queste case disabitate cercando di adottare le identità di chi le abita indossando vestiti, sfogliando fotografie, ascoltando musica. La sua anima vagabonda impossibilitata ad utilizzare delle stabili immagini genitoriali interiorizzate prende a prestito le immagini di altre famiglie colmando quindi, grazie al vuoto di quelle case, il vuoto che egli stesso si porta dentro da molto lontano. Questo siderale senso di vuoto che costringe il protagonista a sfruttare le sicurezze degli altri migrando di casa in casa, si può interpretare come l’assenza nel suo mondo interiore di figure buone e vitalizzanti e la predominanza invece di rappresentazioni mortifere e castranti che egli decide di espellere perché troppo angosciose, creando così un senso di vuoto. Questo ragionamento ci pare suffragato dalla prima scena del film che rappresenta una statua di marmo raffigurante una donna bersagliata da una serie di palline da golf che si arrestano però su una rete di protezione come quelle utilizzate dai giocatori di golf per allenarsi. Durante il film poi si scoprirà che Tae-Suk utilizza il golf come meccanismo comportamentale per scaricare la sua intensa distruttività. Cogliendo questo suggerimento possiamo azzardarci ad ipotizzare che quello della aggressività verso un materno insensibile e pietrificato è un tema predominante nella psicologia di Tae tanto da costringerlo ad una esistenza raminga senza punti di riferimento.
Ma un giorno il meccanismo si inceppa e il suo tentativo di creare vuoto intorno a sé fuggendo da qualsiasi occasione di incontro umano, si scontra con un imprevisto; la casa da lui frequentata abusivamente non è in realtà disabitata, qui il protagonista si imbatte in Sun-Hwa giovane moglie di un uomo ricco soffocante e violento che l’ha appena malmenata. In principio per Tae quella donna rappresentava soltanto un ostacolo al suo soggiorno ma lentamente focalizza il fatto che quando lei lo ha trovato aggirarsi per casa sua non ha reagito con paura o con minacce come era successo in altre occasioni, ma lo guardava con gli occhi imploranti di chi chiede all’altro conforto per non affondare in un momento difficile. Il film quindi trova il suo significato quando entrambi questi personaggi impauriti e traumatizzati dalle loro precedenti relazioni trovano la forza di scommettere sull’altro. Da questo momento l’intimo sguardo di Kim Ki-Duk ci mostra la coppia o per meglio dire quel tentativo di coppia che i due stanno cercando di creare, come un complesso laboratorio alchemico in cui gli elementi chimici liberandosi delle loro componenti più pesanti si sublimano in una sostanza nuova che non rappresenta semplicemente la somma degli elementi originari.

Tae nei momenti di stress, per scaricare la propria rabbia aveva l’abitudine di legare una pallina da golf intorno ad un albero e colpirla con una mazza, in particolare il ferro n° 3 da cui il film prende il titolo. La pallina una volta colpita iniziava a roteare intorno all’albero senza creare alcun danno. Durante uno di questi momenti però Sun decide di pararsi di fronte alla pallina trasmettendo a lui il messaggio di una profonda fiducia nella sua capacità di gestire la rabbia. Lui però per evitare di farle del male e proteggerla dalla propria distruttività, non porta il colpo quando lei è davanti la pallina ma la sposta.
Però più lui la sposta più lei lo insegue dando vita ad una danza interiore potentissima dove ognuno cerca di trasmettere all’altro la sensazione di non essere più solo a combattere con i propri demoni interiori. Nella coppia però bisogna sapere anche quando fermarsi lasciando all’altro la sua individualità che si esprime anche nel diritto di poter sbagliare, senza imporre con troppa rigidità l’immagine che vorremmo egli assumesse. Questa profonda verità psicologica è resa al meglio quando Sun decide di fermarsi e di far tirare a Tae la pallina come vuole lui senza disturbarlo. A questo punto però la fune si spezza e la pallina si scaglia contro una macchina ferendo una donna. La profonda intelligenza emotiva di Sun gli ha consentito di capire quando fermarsi evitando di essere investita dalla violenza di Tae, rinunciando anche all’illusione onnipotente di purificarlo completamente da tutto il malessere interiore che si porta dentro.
Aver trovato una donna che lo ascolta e lo aiuta a tornare in contatto con i suoi nuclei distruttivi più profondi, aiuta Tae a riscoprire dentro di sé anche le sue forze creatrici e costruttive; a cominciare dalla casa dove si incontrano e nelle successive che visiteranno insieme, lui prende l’abitudine di riparare degli oggetti che non funzionano come ad esempio una bilancia, un orologio e poi uno stereo.
Altro importante risultato della loro capacità di entrare sempre più in contatto con l’altro è il ritrovamento in una casa di una cadavere di un uomo morto per un cancro ai polmoni. Dopo qualche attimo di sgomento i due lavano il corpo, lo coprono con una veste funebre e lo tumulano. Questa evenienza apparentemente macabra, suggella a nostro avviso un importante traguardo interiore poiché insieme seppelliscono il cadavere simbolo delle loro vecchie identità ormai trasformate ed alleggerite dal fardello rappresentato dalla precedente storia di vita.
L’ossessione per i rapporti umani continua sebbene in una direzione diversa ne L’arco dove un vecchio e una ragazzina vivono lontano da tutti in un barcone da pesca in mezzo al mare. Il rapporto apparentemente pulito e protettivo nasconde invece l’idea fissa del vecchio di sposare la ragazzina non appena questa compirà il suo diciassettesimo compleanno. I pescatori che saltuariamente prenotano un posto sulla nave per pescare in mare aperto si raccontano tra loro che il vecchio ha trovato la ragazza quando aveva sei anni e che da allora vivono insieme su quella barca praticamente isolati da tutto e da tutti. Lei conosce solo il mondo che lui gli ha costruito intorno bloccandola nel suo sviluppo psicologico ed avendo a cuore solo lo sviluppo fisico, aspettando il momento in cui sarà abbastanza grande per sposarla. Il vecchio ha spesso con sé un arco che usa, come arma per dissuadere gli inopportuni appetiti che qualche pescatore mostra nei confronti della sua amata, oppure adeguatamente modificato, come arpa da cui fuoriesce una suadente melodia che culla la giovane in una lasciva serenata.
La ragazzina è continuamente oggetto di cure che non hanno come scopo quello di farla entrare progressivamente in contatto con i propri bisogni di autonomia, ma mirano piuttosto a distoglierla dal pensiero che possa esistere una realtà diversa da quella che ella conosce. In questo modo lei vive in uno stato mentale indifferenziato in cui i confini tra sé e l’altro e tra la felicità e la stasi, sono pericolosamente sfumati.
Mentre nella pellicola di cui ci siamo poc’anzi occupati Ki-Duk mostra come la relazione con l’altro può essere un momento di crescita e di riscatto, ne L’arco ci mostra di quali e quante trappole può essere cosparso un rapporto umano tanto da portare progressivamente alla deumanizzazione di uno dei partecipanti.
Anche qui come in Ferro 3- La casa vuota un nuovo inatteso incontro cambia le regole del gioco e fornisce, a chi la sta cercando, una possibilità di cambiamento. Il fattore di disturbo è qui rappresentato da un coetaneo che accompagna il padre a pesca e che rimane meravigliato quando scopre l’innaturale condizione di quella giovane e attraente fanciulla. Lei finora convinta che l’unico mondo possibile fosse quel vecchio uomo nei suoi aspetti di arco buono che produce melodia e arco protettivo che si scaglia irato contro chi vuole farle del male, scopre lentamente attraverso l’incontro con il ragazzo, di essere prigioniera di uno stregone che la tiene segregata in una torre d’avorio.
Suggestiva metafora dell’adolescenza, L’arco descrive con sensibilità e forza il profondo conflitto che attraversa questa epoca della vita spesso in bilico tra il coraggio e la rassegnazione.

di Damiano Biondi