Sunday, October 22, 2006

intervista a ENRICO GHEZZI dissolvenze incrociate



Enrico Ghezzi non ha certo bisogno di presentazioni. Basterebbe citare le sue creazioni televisive per presentarlo: La Magnifica Ossessione (mitica non stop di cinema e non solo del 1985), Fuori Orario, Blob (con Marco Giusti), Schegge e molti altri ancora. Dal 1987 al 1994 ha diretto il palinsesto di Rai Tre diretta allora da Angelo Guglielmi. Dal 1991 al 1998 ha diretto il Festival del Cinema di Taormina. Ha anche diretto alcuni programmi tv e un cortometraggio nel 1988 dal titolo “Gelosi e tranquilli”. Ha scritto diversi libri. La sua conoscenza nel e del mondo dell’arte è a dir poco vasta e dunque a noi di Taxidrivers, memori delle splendide notti insonni di Fuori Orario, è venuto in mente di fare due chiacchiere con Enrico Grezzi sul cinema prendendo spunto dall’imminente Festival (…scusate… Festa) del Cinema di Roma. Ecco cosa ci ha detto.



Parliamo di questa prima Mostra del cinema di Roma ….

Festa..ahimè !

Perché ahimè?

Perché questa ideologia della festa è peggio anche di altre ideologie …una festa….gli attori…tutti gli elementi più glamour del cinema popolarizzati …una linea molto coerente col pensiero veltroniano. Una festa non dico imposta ma inevitabile. Una festa come dovere prima ancora che come possibilità.

Dunque vista l’eccessiva presenza di attori e addetti ai lavori non si rischia di diventare eccessivamente autoreferenziali?

L’unico problema del cinema con l’autoreferenzialità è di non assumerla, di non elaborarla e anzi di far finta che sia un male o peggio di far finta che non esista piuttosto che delimitarla o mascherarla. L’80% del cinema che si fa al mondo è autoreferenziale. Quello che si vede nei festival è in gran parte autoreferenziale. Il cinema è molto più vicino alla situazione della musica e dell’arte contemporanea. E’ ahimè diventato ancora di più l’arte contemporanea più importante.

Allora ha ancora un senso di parlare di cinema come forma d’arte?

No, purtroppo non ancora. Ha sempre più senso parlare di cinema da un punto di vista artistico, che è una grossissima differenza e soprattutto una grossa regressione e limitazione del cinema stesso. Il cinema è artistico in se.
Ci sono grandissimi artisti come Ford, Rossellini, Lang, Renoir, Lynch, Cronenberg che cercano di tenere il passo dell’impersonalità cinematografica, che è la cosa più importante del cinema. La cosa più terribile ed esaltante.
Ma è un’impersonalità che si contrappone a questo parlare di se incessante del cinema?
Certamente. Di fronte poi a questo profluvio di festival che designano questo circuito interessante certamente. Ma in sè il cinema oramai vive molto più in questo circuito che nella normale programmazione e anche nel mercato dei DVD dei video on line.

Cosa manca al cinema veramente oggi?

In pratica quello che manca più radicalmente al cinema oggi è il presente. Il presente che era del cinema: era un passato. Una nozione di presente piuttosto impervia. Qui risiede il maggior fascino del cinema: un tentativo pochissimo riflesso, spesso del tutto industriale e automatico, di trovare un terzo tempo tra il tempo del presente in cui si produceva un film, il tempo in cui sarebbe stato visto e il tempo cui si riferiva ciò che veniva filmato.
Solo apparentemente contemporaneo. Solo la televisione alla fine ha trovato la diretta, il cinema in diretta. Che poi è un fantasma attuale del cinema on line. Il cinema dei telefonini. Si sta già facendo il cinema in diretta e ovviamente più è in diretta e meno lo vedi.
Una grossa differenza rispetto a prima!
Un tempo il cinema aveva un suo presente: il presente della sala di proiezione. Non era come il teatro. Il rituale della convocazione nella sala buia a quella data ora. Ora invece il cinema assomiglia sempre di più al teatro. Basta vedere le salette d’essai.
Ma l’importante è rendersene complici non far finta di fermare il cinema. Ci sono un sacco di menzogne sui festival… di false ideologie. Il lancio di un film che serva al bene del film. Ovvio che ci sono delle piccole strategie e piccole tattiche. Ormai anche i festival più importanti hanno ridotto la nozione di prima e anteprima. Un film può avere trenta anteprime tra festival minori e maggiori! Entra in un circuito come lo può fare la musica jazz o una qualsiasi altra forma d’arte. Solo che il circuito del cinema è più interessante perché comunque più ambiguo. Ha ancora una forte intensità mitica anche se tutto ciò si va rarefacendo, dunque cambia anche la percezione da parte di tutti noi.
Suona un po’ come un requiem per una morte annunciata!
Non è questione di morte del cinema. Occupa uno spazio completamente diverso. Attualmente è a metà tra l’arte contemporanea e l’opera. Una sorta di sublime anacronismo come l’opera, che riesce a vivere solo attraverso grossi finanziamenti statali e l’arte contemporanea che è una specie di bolla di sapone che però nasce a Wall Street. Per me l’immagine dell’arte contemporanea sono le Twin Towers che bruciano e crollano che sono vere e sono una bolla di sapone.

Parafrasando una sua frase “Non è il tempo a mancarci, siamo noi che manchiamo al tempo” possiamo allora dire che siamo noi che manchiamo al cinema?

Quando dissi quella frase ero molto giovane ma sicuramente manchiamo al cinema nel senso di disincanto di una programmazione di cinema. In definitiva ritorniamo al discorso di prima: manchiamo al presente. In quanto non ci rendiamo conto di quanto apparteniamo al cinema. Quando durante i festival si enfatizza il circo mediatico del cinema: appunto le feste del cinema, l’enfasi sugli attori e così via, cose peraltro da sempre esistite, non si fa altro che dimostrare quanto possano essere vecchie. In definitiva il cinema arranca dietro queste situazioni di feste e festival della letteratura o della poesia o della musica che a loro volta sono imitazioni di festival cinematografici!
Una strana situazione di feste o festival che vorrebbero citare cose già citate ma che non riescono a farlo…
A questo punto l’unico specifico del cinema è di rendersi conto di essere in un modellino, se vogliamo essere tristi, o un “modellone” al quale non possiamo mancare perché già ci siamo. Quando accetto l’ipotesi di mancare al cinema intendo quando non si riconosce la terribile, straautomatica ma anche tenera presenza nel cinema. Se lo si considera come un industria come modo di produzione il cinema è stravecchio. Assolutamente senza interesse. Naturalmente c’è chi lo fa. Siamo amici di cineasti, siamo cineasti noi stessi. Paghiamo e siamo pagati. Non per questo si deve considerare il denaro sublime. In questo senso l’organizzazione capitalistica è mortale. Allo stesso tempo facciamo il cinema come si faceva 50 anni fa. Sono gli stessi registi e penso a un Wenders o a un Lynch che con un ritardo che oscilla dai 10 ai 30 anni si rendono conto di come poi l’immagine non sia poi così orribile, così banale, “facile”. Per motivi magari di costi.

In un suo libro scritto con Carmelo Bene lei ha anche detto: “Per questo mi appassiona il cinema porno. Perché è più vicino a Warhol, è più vicino alla “macchina aperta e me ne vado a dormire”, che in parte era di Rossellini. E’ davvero così il suo cinema ideale?

Non proprio. E’ una delle derive estreme. Certo che quello che Warhol ha fatto è quanto di più vicino all’assumere su di sè quello che appunto chiamo l’impersonalità del cinema. Forse sul cinema è stato ancor più capitale che su altre cose. Non è superato. Non è un ideale di cinema. E’ un tipo di cinema magari infinitamente meno godibile di altri. Certamente è il primo cinema che si pone come un tratto di quel film ininterrotto che può essere il mondo.
Adoro anche film molto montati. Non ho un modello. Però sicuramente una delle cose più intense, fra quelle che amo di più del cinema è quello di “risentirsi” in una specie di materialità spazio-temporale.

Ma cosa pensa di quei registi la cui presenza è così avvertibile nei propri film e sono così riconoscibili nel loro modo di girare e dunque così personali, ad esempio un Peckinpah, un Carpenter, un Hitchcock? Combattono o subiscono questa specie di inanità, di voler essere presenti nelle loro opere?

Non subiscono. Sicuramente non vogliono. Sarebbe insopportabile un cinema di soli Warhol. Il suo è un cinema fisico-teorico sicuramente diverso al modo in cui un Carpenter si rende conto in modo diverso, al di là dell’omaggio cinefilo di quanto ci sia già di depositato nel cinema come fatica e di modi di vedere che abbiano già coinvolto milioni di persone. Se pensiamo a un suo film maledetto come “La Cosa” è evidente di come Carpenter sia uno di quelli che avvertono di più la fantomaticità del cinema: Da una parte il corpo, la fisicità, dall’altra l’essere costantemente trapassato in una sorta di empireo-inferno. Persino un suo film che sembra essere così politico e diretto come “They live” c’è in realtà questo gioco della visione. E’ la non indifferenza dell’immagine. Una continuità in questi due film. Una lotta tra il considerare l’immagine nel suo automatismo, nel suo essere fatta dalla macchina e il considerare l’immagine come frame assolutamente individuato e preciso. Questo vale sia dal punto di vista dello spazio langhiano o "kubrickiano" sia dal punto di vista più semplice di autori come appunto Carpenter ma penso anche all’ultimo film di Peckinpah “Osterman Weekend” che consegna in modo del tutto inatteso una tale coscienza della situazione politica del vivere l’immagine, dell’essere in qualche modo immagine che cerca di uscire per poi rientrare in un altro frame, che è sorprendente in un cineasta di malinconia quasi ottocentesca. Il non poter tornare più in certi spazi. Ho da poco rivisto “Pat Garrett e Billy the Kid” e non è altro che questo: il dover sempre rientrare in una situazione mitologica obbligata. C’è questa sensazione di sfinimento sottolineata molto da Bob Dylan.
In realtà molti cineasti sentono questa “fatalità” del cinema. Il fatto che qualunque immagine diventa non loro e non lo è all’inizio, poiché quello che riprendono non dipende da loro. Neanche un Lang o un Kubrick possono aver potere sulla vita di un attore prima che cominciasse a lavorare per loro. Se esistesse una perfetta marionetta elettronica non c’è dubbio che Kubrick ne avrebbe già cominciato a lavorarci.

Ma possiamo dire che l’immagine come istituto del cinema non l’abbiamo scoperta noi? C’era, c’è e continuerà ad esserci nonostante noi?

Il destino dell’uomo visto moltissimi pensatori è alla fine quello di riconoscersi nell’immagine, ma il senso è saper vedere. Certo è una cosa interessante dato che non sappiamo cos’è. E’ un concetto che siamo costretti di volta in volta a far valere in un modo o nell’altro. Non a caso è stato uno dei grandi terreni di lotta nel medioevo: penso all’iconoclastia, al concilio di Nicea. Un’ immagine che è sempre troppo in bilico tra ciò di cui sarebbe immagine (una sorta di trompe l’oeil) e tra un’immagine troppo lontana quindi sgranata e indistinta. L’immagine è una nostra forma simbolica che è puro pensiero. E’ un orizzonte. Un destino che ci provoca e ci attende.

E’ qualcosa che non si potrà mai raggiungere oppure è uno dei nostri scopi il cercare di raggiungerlo?

Non lo so se sia il fine. Trovo fatale che si ci si interessa al senso inteso come direzione piuttosto che al senso in sè, oggi ci si possa solo scontrare con l’immagine o aspettare che ci venga di fronte e allora è l’apocalisse!

di Massimo Gnoli