Wednesday, July 19, 2006

ODISSEA NELLO SPAZIO



(...) Il genio visionario di Stanley Kubrick, nel suo capolavoro 2001 Odissea nello spazio (1968) nel capitolo intitolato "L'alba dell'uomo" mostra la vita quotidiana di un gruppo di scimmie antropomorfe che scoprono esperienza dopo esperienza le diverse potenzialità che scaturiscono dall'incontro del loro corpo con l'ambiente che le circonda. Una di queste giocherellando con la carcassa esposta di un animale morto scopre casualmente, come un osso possa diventare, se impugnato e scagliato in un certo modo, un potente strumento di offesa. Da questa scoperta ne deriva come immediato beneficio una maggiore efficacia nell'uccisione degli animali per procacciarsi il cibo, ma molto presto questa inedita combinazione tra braccio e strumento sfocierà in quello che nel pensiero cristiano potrebbe definirsi il gesto di Caino, cioè l'uccisione di un'altra scimmia che apparteneva alla fazione contraria.
Attraverso un movimento cinematografico vertiginoso Kubrick fà discendere l'intera civiltà tecnologica da quel gesto di sopraffazione, ponendo di fatto la violenza all'origine di tutti i sistemi sociali.
Quella violenza originaria però non scompare mai del tutto ma si trasforma, trasmettendosi alle macchine, in particolare al gelido e onnipotente HAL 9000, elaboratore quasi perfetto che scopre la violenza come sistema di difesa quando si accorge che i due componenti umani della missione lo vogliono disattivare dopo aver scoperto la sua fallibilità. Nelle splendide geometrie della seconda parte del film Kubrick enfatizza in questo modo un altro aspetto della violenza che molti di noi hanno sperimentato e cioè la violenza come mezzo per la conservazione del proprio status quo, sia sociale che interiore; soprattutto quando si inizia ad avvertire una incrinatura nell' illusorio senso di onnipotenza che tutti gli uomini costruiscono come risposta ad un intollerabile e lacerante sentimento di inadeguatezza.
Il termine odissea ci rimanda spontaneamente alle gesta dell’eroe omerico che dopo aver attraversato mondi oscuri e pericolosi ne riemerge trasformato e rigenerato. In questo senso allora il film di Kubrick descrive diverse odissee e altrettante metamorfosi, indicando quindi come il cambiamento sia una qualità squisitamente umana al contrario delle macchine, sospese senza possibilità di scampo in un limbo di perfezione immutabile e priva di bellezza (... )
Tratto dalla rubrica Cinema e Psiche di Damiano Biondi
Taxidrivers numero zero