Wednesday, July 19, 2006

basquiat









Basquiat: ritratto di celluloide di un mito dell’arte”


Pittura e cinema: due modi di raccontare per immagini, legati a doppio filo. Già nell’Ottocento, i pittori s’ingegnavano ad animare la tela con i “panorami”: vedute di paesaggi a 360°, montate su un supporto circolare e itineranti; meraviglie pre-tecnologiche a pagamento, con cui gli artisti, oltre a stupire, riuscivano a sbarcare il lunario. Persino Monet, nel ciclo “Le Ninfee” dell’Orangerie, dispone i quadri in una sala ellittica, per ricreare la sensazione di trovarsi nel suo giardino a Giverny, immersi tra i suoni e i colori della natura. Dall’invenzione del cinematografo, com’era accaduto per la fotografia, i due linguaggi si sono sempre più contaminati, fino all’avvento del video e del digitale. Vari i tentativi d’ibridazione tra cinema e pittura, accomunati dal fattore tempo: tagli, scarti, pause. In un certo senso, il montaggio rimanda alla funzione di filtro che, in pittura, è assolta dal meccanismo occhio-mano. Talvolta, il nesso è tale da causare una vera e propria sovrapposizione. Come nella pellicola “Basquiat” (1996) di Julian Schnabel, prestato alla regia dalla pittura. Il personaggio principale è, a sua volta, un artista, specchio di una New York anni ’80, mix perfetto di miseria e nobiltà. Nome altisonante, Jean-Michel è figlio di un’America multirazziale allora vanto di progresso e democrazia, oggi rinnegata dall’orgoglio yankee, nazionalista e guerrafondaio. Il film, che ha un ritmo circolare, interrotto da brevi dejavu, si apre con l’enfant prodige iniziato all’arte da sua madre. Eloquente la sequenza in cui il piccolo Basquiat rimane in contemplazione davanti a “Guernica” di Picasso. La disgregazione del nucleo familiare ha effetti catastrofici sul suo animo sensibile e irrequieto; in poco tempo, il giovane si ritrova a vivere come un senzatetto e la sua casa è una scatola di cartone a Central Park. Ragazzo di strada, Jean-Michel vaga per la città e si arrangia con mille lavoretti, continuando a coltivare il suo talento innato per la pittura. I muri dei palazzi, le serrande, i vagoni della metropolitana diventano la sua galleria a cielo aperto. Con l’amico Al Diaz, inizia a tracciare scritte – spesso messaggi poetici o di denuncia – firmate “Samo”, acronimo di “Same old shit”. Spirito eclettico, suona in una band underground e frequenta i locali più cool di Manhattan, come il Mudd Club e il Club 57. La scalata al successo avviene grazie ad una serie d’incontri fortunati: con il critico di “Artforum” Rene Ricard, conosciuto a casa di uno spacciatore, e Andy Warhol, che Basquiat insegue in un ristorante di Soho e a cui vende alcuni dei suoi disegni. La sua prima mostra ufficiale è nel 1981 al Ps1, nell’ambito della rassegna “New York/New Wave”, in cui è notato da importanti collezionisti, tra cui Annina Nosei e Bruno Bischofberger. Dal ghetto, si ritrova ad avere uno studio tutto suo, in cui dipinge a ritmi frenetici, con i rotoli di tela stesi sul pavimento e aggrediti come in un incontro di boxe. Paradossalmente, all’ascesa pubblica si accompagna il declino personale: sangue misto, haitiano e portoricano, Jean-Michel è straniero in un mondo di sanguisughe – rappresentate spesso nei suoi lavori – e vittima dello star system. Emblematiche le domande di un intervistatore che gli chiede come si senta ad essere definito “l’Eddie Murphy dell’arte”. L’apice della sua carriera è offuscato dalla consapevolezza di non essere riuscito a difendere la sua identità e a costruirsi un’esistenza autentica, dietro il clichè di artista glam e maledetto. La tossicodipendenza e l’alienazione devastano il suo animo fragile, aggravate dallo shock per la morte del suo mentore Andy Warhol, nel film David Bowie. Le ultime scene ritraggono un Basquiat solo e malmenato da una coppia di balordi a cui, mentre rubano una porta con le sue scritte, si offre di firmarla per aumentarne il valore. Ma i due non lo riconoscono e gliele danno di santa ragione. Stordito e privo di coscienza, è trovato dall’amico Benny, che lo carica sulla sua decappottabile sgangherata; in pigiama e vestaglia, Basquiat dà l’ultimo saluto alla sua, amata e odiata New York, prima di morire il 12 agosto dell’88, all’età di ventisette anni.


di Maria Egizia Fiaschetti