Tuesday, July 11, 2006

10 100 1000 ROSSELLINI



Nato “cinematografaro incallito”, come egli stesso ebbe a dire poiché il padre costruttore edificò il cinema Corso a Roma e dunque aveva la tessera, nel 1906. Ebbe un’educazione molto diversificata e particolare in tempi assai poco aperti a novità culturali per di più sensibilmente attenta ai problemi sociali o come si soleva dire in altri tempi “di classe”. Iniziò dunque molto presto a girare documentari e scrivere sceneggiature come “negro” (termine coniato al tempo del fascismo col quale si scriveva per qualcun altro dietro compenso) e continuò sempre a farlo, alternativamente a progetti televisivi fino all’anno della sua morte avvenuta nel 1977.

Il dibattito critico sulla sua opera è sicuramente da rivedere. Per molti critici è rimasto il regista di Roma città aperta (1945) e Paisà (1946) per il grande pubblico il marito di Ingrid Bergman. Occorre dunque infrangere questo tipo di schematismo per mostrare una realtà di opere più varia e molteplice attenta a formule e sperimentalismi certamente non sempre riusciti ma sempre coerente a se stessa. D’altra parte è necessario non cadere nell’esaltazione del lavoro di Rossellini, propria degli autori Nouvelle Vague negli anni ’60 ed in particolare di Godard. Pur tuttavia è proprio quest’ultimo che in un’efficace ed icastica frase ha definito l’opera del nostro: la splendeur du vrai… Lo splendore del vero. Inutile dunque parlare di “periodi” nel cinema rosselliniano: non c’è un momento “resistenziale” o “sociale”. Né tanto meno un periodo “mistico” oppure un momento “maudit”. Esemplificando e magari banalizzando possiamo vedere come il filo conduttore della sua opera sia la difesa del proprio credo estetico, o se si vuole, della propria metodologia di approccio alla realtà piuttosto che l’analisi della cosiddetta poetica d’autore che si cercava di vedere nei vari film.

Un percorso scevro dunque da proclami di mito perenne del cinema oppure regista passato alla storia per due o tre film dalla miracolosa ispirazione.

Un uomo dalle idee attente alla realtà in momenti di terrificanti sconvolgimenti ideologici e trasformazioni societari senza pari.

Un regista da recuperare pensando alla sua continua attenzione alle novità, agli stravolgimenti, alle incertezze del suo tempo e alle trasformazioni storiche.

Un esempio su tutti può essere la sua ultima fatica Il Messia del 1975. Opera didascalica (per certi versi) che svuotandosi dei suoi aspetti accattivanti e accentuando invece la normalità della vita di Gesù, gli toglie quell’alone di sacralità, fa nascere in chi guarda l’eccezionalità dell’evento e fa riflettere lo spettatore su chi era veramente il Messia ma soprattutto sulla forza rivoluzionaria del suo pensiero. Fredda analisi dei fatti, quasi una cronaca “a caldo” degli eventi che stride ancor di più paragonando questo film al coevo, magniloquente e strabordante Gesù di Zeffirelli.

di Massimo Gnoli